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Intervento del rappresentante del personale tecnico amministrativo, Maurizio Galeazzo

Maurizio Galeazzo - Rappresentante del personale tecnico-amministrativo

Magnifico Rettore, care colleghe e cari colleghi, professori, studenti e gentili invitati, non posso evitare di svolgere il mio intervento se non entrando nel merito della polemica innescata dal prof. Pietro Ichino, al quale va peraltro tutta la mia e nostra solidarietà per le recenti minacce terroristiche ricevute, e riproposta sino ai giorni nostri a più riprese da illustri commentatori delle vicende politiche nazionali.
Mi riferisco all’articolo apparso la scorsa estate sul Corriere della Sera relativo agli impiegati pubblici “fannulloni”.
Non ho titolo per parlare di altre categorie pubbliche, che avranno sicuramente sacche improduttive e parassitarie - peraltro conseguenza della storica logica pubblica “ti pago poco e ti faccio lavorare poco” - né credo che le nostre Università siano isole felici dove queste contraddizioni siano assenti.
Ho titolo però, e ringrazio della possibilità concessami, di parlare della situazione del nostro Ateneo.
Il Direttore Amministrativo, in una recente riunione del Senato Accademico, ha dichiarato che l’organico del personale tecnico-amministrativo è passato dalle 1.373 unità del 2001 alle 1.279 unità del 2006, e si ridurrà ulteriormente arrivando a 1.244 unità alla fine del 2007 per effetto delle cessazioni, pur a fronte della riforma dell’ordinamento e del susseguirsi di continue innovazioni normative: meno personale e più impegno professionale, quindi.
I giorni scorsi ho chiesto ai colleghi di fornirmi qualche dato significativo della mole di lavoro che si svolge quotidianamente negli Uffici dell’Amministrazione Centrale (e analogamente nelle nostre Strutture decentrate).
Nel corso del 2006 sono state garantite l’apertura e il funzionamento di più di un centinaio di strutture dell’Ateneo, tra Facoltà, Dipartimenti, Centri, CSB e Uffici, sono state seguite le carriere di più di 40.000 studenti, di cui quasi 2.000 stranieri, e di quasi 1.000 iscritti ai vari corsi di dottorato, sono stati seguiti circa 3.500 studenti nei loro percorsi di stages aziendali, tirocini all’estero, attività di part-time e di tutorato, sono stati gestiti circa 200 percorsi di formazione post laurea, tra scuole e corsi di specializzazione e di dottorato e master, sono stati calcolati e erogati, a docenti, personale tecnico-amministrativo, personale non strutturato e assegnisti di ricerca, più di 3.500 stipendi ogni mese, è stato seguito l’iter di circa 600 contratti di ricerca e di 18 brevetti dell’Ateneo, di cui 4 internazionali.
A fronte di questo impegno, il personale non si è mai tirato indietro, non si è mai trincerato dietro l’esiguità dello stipendio, non ha mai “approfittato”, non è, insomma, mai stato “fannullone”. In effetti però qualcuno lo è stato.
Vi sono lavoratrici e lavoratori, nel nostro Ateneo, che ogni tanto si assentano.
Sono le lavoratici e i lavoratori precari, quelli che lavorano in numero sempre maggiore al nostro fianco nei nostri uffici, che se devono sostenere una visita medica devono prendere ore di permesso da recuperare, che se decidono una maternità devono mettere in conto l’interruzione del rapporto di lavoro, che se si ammalano devono recuperare i giorni di malattia.
In effetti loro, ogni tanto sono costretti ad assentarsi, spesso per lunghi periodi… sperando di essere riassunti una volta terminato il loro contratto di lavoro.
Non possiamo che concordare con lo sforzo che il Governo sta mettendo in campo per il risanamento della finanza pubblica e per il contenimento dei costi pubblici.
E anche un nostro interesse, sia come dipendenti che come cittadini-utenti, e le nostre organizzazioni sindacali si sono già dette disponibili - e già si è verificato con la sottoscrizione del “memorandum di intesa sul lavoro pubblico” - ad attivare dei tavoli di concertazione per concordare percorsi virtuosi in tal senso.
Pensiamo però sia sbagliata la logica di scaricare i costi di questo risanamento sulle lavoratrici e sui lavoratori della Pubblica Amministrazione, individuandoli come una delle cause maggiori di questi costi.
Tra l’altro tutti gli indicatori europei confermano da anni che il numero di dipendenti pubblici italiani è in linea, se non inferiore, con la media europea e l’incidenza dei loro salari sul PIL del nostro paese è anch’essa inferiore a quella di molti Paesi industrializzati europei.
Detto ciò, non vogliamo certo negare l’esistenza di situazioni di scarsa produttività nel pubblico impiego, cosa peraltro sotto gli occhi di tutti noi cittadini-utenti; ciò che è inaccettabile è la generalizzazione del dato e la considerazione che questo sia il problema che affligge i servizi pubblici (sarebbe come sostenere che lo sfascio delle Ferrovie è colpa dei ferrovieri “fannulloni”).
I problemi sono invece la mancanza di programmazione, l’inadeguatezza del management, la svalorizzazione del lavoro pubblico, la difficoltà a passare da una logica autoreferenziale ad una di servizio, la mortificazione delle professionalità e, anche, i lavoratori “fannulloni”.

Concludendo, permettetemi una considerazione polemica e forse anche un pò qualunquista.
La Camera dei Deputati ha diramato un’interessante statistica riguardante le presenze in aula dei deputati nel periodo 30 maggio 2001-23 febbraio 2005.
Complessivamente è stato registrato un tasso di assenza dei nostri parlamentari, al netto di quello per missioni, del 20,61%.
Credo che non ci sia bisogno di alcun commento.
Al prof. Ichino vorrei infine ricordare che un numero non indifferente di suoi illustri colleghi accademici non brillano per l’assiduità della loro presenza nelle aule e nei laboratori universitari.
Ma queste due categorie non rientrano nelle statistiche dei lavoratori pubblici “fannulloni”…

Grazie per l’attenzione.

Maurizio Galeazzo

Rappresentante del personale tecnico-amministrativo in Senato Accademico